L'illusione del possesso: Quando il rifiuto diventa intollerabile

«L'Altro, in quanto mistero, sfugge al regime della trasparenza e del possesso» teorizza il filosofo Byung-Chul Han. A questo proposito, per chiarire un concetto fondamentale dell'analisi contemporanea, la cosiddetta "scomparsa dell'Altro" descrive l'incapacità di accettare che chi ci sta di fronte possieda un'autonomia inviolabile, riducendo la persona a una semplice proiezione dei propri bisogni. Quando questo meccanismo relazionale salta, il cortocircuito sfocia spesso in tragedie che l'opinione pubblica tende a liquidare frettolosamente, etichettando l'autore del gesto come un "mostro". La radice di questa parola deriva dal latino monstrum, termine intimamente legato al verbo monere. Per comprenderne la reale portata storica, occorre ricordare che nella cultura classica il monstrum non era un'entità malvagia da nascondere, ma un avvertimento: un segno tangibile di una frattura nell'ordine naturale che imponeva alla comunità di fermarsi, osservare e studiarne le cause. La semplificazione mediatica odierna, al contrario, cancella ogni riflessione. È esattamente in questo spazio di indagine complessa, che rifugge i giudizi sommari per provare a decifrare l'origine della violenza, che si inserisce l'analisi criminologica del dottor Luca Losito che proponiamo di seguito. (Pasqualino Trubia)

Di fronte a tragedie come quella avvenuta a Mulinu Becciu, la prima vittima è quasi sempre la complessità. Un uomo che viene rifiutato, che spara e poi rivolge l'arma contro sé stesso. È questa la verità? La cronaca pretende risposte immediate e ipotizza dinamiche, i social additano colpevoli assoluti, il dibattito pubblico cerca categorie rassicuranti nelle quali confinare l'accaduto, usando parole a caso come il folle, il mostro, il raptus o l'imprevedibile. La criminologia, invece, procede in direzione opposta. Rallenta il passo, osserva, distingue i fatti dalle interpretazioni e prova a comprendere quali processi possano aver condotto una persona fino al punto di non ritorno.

Le indagini chiariranno il contesto relazionale, le dinamiche precedenti e gli eventuali elementi che ancora sfuggono al quadro investigativo. Ed è giusto che sia così. Perché esiste un tempo dell'accertamento giudiziario e un tempo della riflessione criminologica, e questi due tempi non necessariamente coincidono. Esistono tuttavia alcuni elementi ricorrenti che la letteratura scientifica conosce bene e che ritornano con impressionante regolarità in vicende analoghe. Il primo riguarda il rapporto tra desiderio e possesso. Talvolta un interesse, un'attenzione o un investimento emotivo possono trasformarsi progressivamente in qualcosa di diverso, fino a far perdere di vista un principio fondamentale, e cioè che l'altro da sé rimane sempre una persona libera, autonoma, titolare del diritto di scegliere, di accettare, di rifiutare e di allontanarsi. Quando questo passaggio si altera, il desiderio rischia di smettere di essere relazione e diventa aspettativa, bisogno e finanche pretesa. Dunque affermare che l'uomo si era innamorato, invaghito o interessato è tanto inesatto quanto parziale. Il secondo elemento è il rifiuto del rifiuto.

Per la maggior parte delle persone il NO rappresenta una delle esperienze più comuni dell'esistenza e viene elaborato come parte naturale della vita sociale e affettiva. In alcuni soggetti, tuttavia, il rifiuto può assumere un significato molto diverso, vale a dire non più un limite posto dall'altro, ma un'umiliazione personale, una ferita identitaria e una negazione del proprio valore sociale e morale. In questi casi il problema non è più il rifiuto in sé, ma il significato che quel rifiuto assume nella mente di chi lo riceve, così come accadde nella nota vicenda Ragnedda/Pinna, di cui mi sono già occupato su queste stesse pagine. Il terzo passaggio è forse il più drammatico, cioè il tentativo di cancellare simbolicamente quel rifiuto attraverso l'azione violenta. L'aggressione, in queste dinamiche, raramente produce un vantaggio concreto per chi la compie. Rappresenta piuttosto il tentativo distorto e disperato di riprendere il controllo di una realtà percepita come definitivamente perduta. Quando, subito dopo, compare il gesto suicidario, la criminologia osserva spesso due atti che appartengono allo stesso percorso psicologico. Prima l'impossibilità di accettare il mondo esterno e nel finale l'impossibilità di continuare ad abitare il proprio mondo interiore. Ma è soprattutto per questo motivo che il suicidio di una persona non rappresenta mai una buona notizia. I commenti che talvolta compaiono sui social, secondo cui "questa volta è andata bene", appartengono a una brutalizzazione del linguaggio che finisce inevitabilmente per colpire anche il dolore delle famiglie e delle persone coinvolte. Esiste una vittima sopravvissuta che merita tutela, vicinanza e rispetto.

Esiste una famiglia che affronta una perdita devastante. Ed esiste un uomo che, prima di diventare autore di un gesto gravissimo, è stato anch'egli il protagonista di un percorso culminato nel suicidio. Comprendere tutto questo non significa assolvere, giustificare o attenuare le responsabilità. Significa svolgere il compito che la criminologia assegna a se stessa, vale a dire studiare i percorsi che conducono alla violenza per riconoscerli prima che producano nuove vittime. Forse è proprio qui che il pensiero classico continua a parlare al presente. Homo sum, humani nihil a me alienum puto - scrisse Publio Terenzio Afro. "Sono un uomo: nulla di ciò che è umano ritengo mi sia estraneo." Dietro ogni tragedia esistono persone, fragilità, errori, sofferenze, vissuti e processi psicologici che appartengono, nel bene e nel male, alla comune esperienza umana. La giustizia ha il compito di accertare i fatti e attribuire le responsabilità. La criminologia ha invece il dovere di interrogarsi su ciò che rende possibile il ripetersi di certe storie. Perché ogni volta che definiamo qualcuno semplicemente un mostro, rinunciamo a comprendere il meccanismo che lo ha portato a diventarlo. E ciò che non comprendiamo difficilmente riusciremo a prevenirlo.

Luca Losito

Master in Psicologia Criminale

Master Esperto in Criminologia e Investigazione Criminale

Cronaca