Pomeriggio di alta tensione nella Casa di Reclusione. I detenuti appiccano il fuoco nelle celle. Gli agenti domano il rogo ma finiscono in ospedale intossicati e ustionati. Melis (Con.Si.Pe): "Assumete subito usando le vecchie graduatorie".
Lenzuola e materassi trasformati in inneschi all'interno delle sezioni detentive. Un pomeriggio di estrema tensione si è consumato ieri all'interno della Casa di Reclusione di Oristano, culminato con il ferimento di tre agenti di Polizia Penitenziaria, costretti alle cure mediche dopo aver evitato che la situazione degenerasse in tragedia.
A denunciare i fatti è la Segreteria Nazionale del Con.Si.Pe. (Confederazione Sindacati Penitenziari), che alza il velo sulle condizioni operative all'interno della struttura sarda.
La dinamica del rogo in cella
Secondo quanto riferito dal sindacato, nel primo pomeriggio di ieri alcuni detenuti hanno appiccato ripetutamente il fuoco all'interno dei reparti. Le fiamme, alimentate inizialmente con carta e lenzuola, hanno poi intaccato un materasso.
La combustione ha generato una densa nube di fumo nero che ha invaso rapidamente i corridoi della sezione, azzerando la visibilità e rendendo l'aria irrespirabile. I poliziotti in turno sono intervenuti immediatamente: sono entrati nell'area satura di fumo e hanno domato le fiamme. Durante le operazioni di spegnimento e messa in sicurezza, tre agenti hanno riportato ustioni e una grave intossicazione, venendo trasportati d'urgenza al Pronto Soccorso cittadino per le medicazioni e gli accertamenti sanitari.
L'accusa di Melis: il rischio e la solitudine
Le immagini dei colleghi seduti nelle sale d'attesa dell'ospedale hanno innescato la durissima reazione di Roberto Melis, Segretario Nazionale del Con.Si.Pe. Le sue parole puntano il dito contro l'abbandono istituzionale:
«Non è più tollerabile che il personale debba mettere a rischio la propria vita per colmare le falle di un sistema che continua a ignorare le condizioni reali degli istituti penitenziari. La Polizia Penitenziaria merita rispetto, tutele e interventi immediati, non parole vuote».
Il sindacalista descrive il corpo di Polizia come un «pilastro silenzioso», costretto a operare in un contesto viziato da due fattori critici: l'aumento vertiginoso degli episodi di violenza da parte dei detenuti e la cronica mancanza di personale in divisa.
La via d'uscita: saltare i concorsi
Per risolvere il nodo degli organici, il sindacato lancia una proposta tecnica precisa al Governo centrale. Non servono nuovi bandi, ma un'accelerazione burocratica: «Bene i concorsi e gli arruolamenti annunciati dal Governo, ma non è più accettabile perdere tempo dietro iter concorsuali interminabili: si proceda allo scorrimento immediato delle graduatorie vigenti». Che cos'è lo "scorrimento delle graduatorie"? Quando lo Stato fa un concorso pubblico (ad esempio per 1.000 posti da poliziotto), spesso gli idonei che superano le prove sono molti di più (magari 3.000). I primi 1.000 vengono assunti, gli altri restano in una lista d'attesa (la graduatoria). Organizzare un nuovo concorso da zero richiede anni di scartoffie e milioni di euro. Lo "scorrimento" è una scorciatoia legale: si prende quella vecchia lista d'attesa e si iniziano ad assumere immediatamente i candidati idonei che erano rimasti fuori, mandandoli subito a rinforzare le carceri in affanno. La chiosa del sindacato è un monito per il futuro a breve termine: la tenuta degli istituti di pena non può poggiare all'infinito sul sacrificio fisico di chi indossa la divisa.