Un epiteto usato ancora oggi per prendere in giro o denigrare una persona, soprattutto se di bassa statura o con caratteristiche fisiche particolari. Il termine Bagonghi (spesso scritto anche Bagonchi in forma popolare) nasce come nome d’arte usato, tra fine Ottocento e inizio Novecento, da diversi artisti circensi affetti da nanismo che si esibivano in Italia e all’estero. Col tempo, però, il soprannome è uscito dalla pista del circo ed è entrato nel linguaggio comune, diventando un epiteto usato ancora oggi per prendere in giro o denigrare una persona, soprattutto se di bassa statura o con caratteristiche fisiche particolari.
L’origine esatta del nome è incerta. Alcune ipotesi lo collegano a “Ba Kango”, nome di una tribù pigmea dell’Africa occidentale; altre a termini dialettali legati all’idea di “piccolo” e “chiacchierone”.
Storicamente, il primo Bagonghi di cui si abbia traccia sarebbe stato Andrea Bernabè (Faenza, 1850–1870), alto circa 1,10 m, che lavorò nel Circo Zavatta e ottenne grande successo prima di morire giovane.
Dopo di lui, il nome divenne quasi un “titolo” ricorrente nei circhi italiani: nei primi decenni del Novecento si ricordano almeno tre Bagonghi famosi:
Giuseppe Bignoli (Galliate, 1892–1939)
Checco Medori (circo Togni, morto nel 1951 in un incendio a Bolzano)
Filippo Ruffa (circo Orfei)
La figura più celebre associata al nome è Giuseppe Bignoli, detto Bagonghi, nato il 13 gennaio 1892 a Galliate (Novara) in una famiglia di piccoli proprietari terrieri.
Affetto da nanismo, era alto circa 65–75 centimetri (le fonti variano), ma dotato di grande intelligenza, agilità e forza di volontà.
Entrato nel mondo del circo, assunse il soprannome Bagonghi, già portato da un clown e cavallerizzo del circo Guillaume morto nel 1908, e lo trasformò in un vero e proprio marchio personale.
Bignoli si specializzò come: clown e umorista, cavallerizzo (introdusse nei circhi il doppio salto sul cavallo in corsa), giocoliere e acrobata.
La sua fama varcò i confini italiani: si esibì anche nei più grandi circhi americani, tra cui il Ringling Bros. and Barnum & Bailey Circus, diventando una sorta di “star” internazionale.
Nonostante la statura, era descritto come un uomo carismatico, colto e capace di gestire la propria immagine con grande intelligenza, tanto da riscattare un destino che all’epoca sarebbe stato spesso segnato dall’emarginazione.
La sua vita si concluse tragicamente il 6 settembre 1939: mentre provava un passaggio in sandolino sotto il ponte del Ticino, tra Galliate e Turbigo, fu travolto dalla corrente e annegò; il corpo fu ritrovato due giorni dopo. I funerali a Galliate furono eccezionalmente partecipati, con la presenza delle autorità dell’epoca, segno della popolarità e del rispetto che aveva guadagnato.
Con il successo di Bignoli e degli altri artisti, il nome Bagonghi smise di essere solo uno pseudonimo circense e divenne, nel parlare quotidiano, un modo generico per indicare i nani dei circhi e, per estensione, le persone di bassa statura.
Nel corso del Novecento il termine ha assunto diverse sfumature regionali: In molte zone d’Italia è usato come epiteto scherzoso (ma spesso offensivo) per persone basse che “si danno arie” o millantano capacità che non hanno. Nel Nord Italia, specialmente in Piemonte, può indicare una persona dai modi goffi o vestita in modo sgraziato. In Sardegna, e in particolare nel campidanese, “Bagonghi” (o “bagonchi”) è usato non solo per il nanismo, ma anche per indicare persone con macrocefalia (testa sproporzionatamente grande rispetto al corpo).
Questa evoluzione semantica ha trasformato un nome legato a uno spettacolo popolare in una parola dispregiativa, usata per ridere di qualcuno o sminuirlo.
Oggi l’uso di “Bagonghi” per riferirsi a una persona è considerato inappropriato e potenzialmente offensivo per diversi motivi: Stigmatizza una condizione fisica: riduce una persona alla sua statura o a una caratteristica corporea, ignorando la sua umanità e dignità. Riproduce vecchi stereotipi: richiama l’epoca in cui le persone con nanismo erano esibite come “fenomeni da baraccone”, oggetto di curiosità più che di rispetto. È usato con intento denigratorio: nella maggior parte dei contesti, dire a qualcuno “sei un Bagonghi” non è un complimento, ma un modo per umiliarlo, prenderlo in giro o squalificarlo.
La crescente sensibilità verso un linguaggio inclusivo e rispettoso delle diversità ha portato a una maggiore consapevolezza: parole un tempo “normali” nel parlare comune sono oggi riconosciute come lesive, perché contribuiscono a emarginare le persone a cui si riferiscono.
La storia del “nano Bagonghi” è, in origine, quella di artisti come Giuseppe Bignoli che, nonostante il nanismo, riuscirono a imporsi come veri professionisti dello spettacolo, guadagnando fama e rispetto.
Tuttavia, l’eredità del loro nome d’arte è ambivalente: da simbolo di successo e riscatto, Bagonghi è diventato, nel linguaggio popolare, un’etichetta usata ancora oggi per denigrare, prendere in giro o sminuire una persona in base al suo aspetto fisico.
Riconoscere questa storia aiuta a capire perché usare “Bagonghi” come insulto non sia solo “un modo di dire”, ma un gesto che riproduce pregiudizi e ferisce chi ne è oggetto.