Il materialismo sfila al fast food: storia, simboli e gergo dei Paninari

Nati nella Milano degli anni Ottanta, hanno conquistato l'Italia a colpi di Timberland e felpe griffate. Apatici verso la politica, hanno consacrato marchi che resistono al tempo.

di Simone Arbus

Archiviati i decenni dell'impegno politico e delle piazze calde, l'Italia degli anni Ottanta scopre il disimpegno e l'edonismo di massa. L'epicentro di questa mutazione antropologica è Milano, la culla di una sottocultura giovanile destinata a contagiare rapidamente l'intera penisola: i Paninari.

L'identikit: niente politica, solo tempo libero La fenomenologia del Paninaro è chiara e spietata nella sua semplicità. Si tratta di adolescenti che rifuggono sistematicamente ogni discorso politico o ideologico. Il loro manifesto si riassume nel culto del tempo libero e nel disimpegno più totale. Musicalmente allineati sul pop d'Oltremanica (Spandau Ballet e Duran Duran in testa), si pongono come l'esatta antitesi, estetica e filosofica, delle altre tribù urbane dell'epoca, autentici nemici di punk e metallari.

La divisa d'ordinanza e il quartier generale Il conformismo è la regola aurea. Per essere accettati nel branco, occorre rispettare meticolosamente precisi canoni di abbigliamento. La divisa richiede investimenti non indifferenti: felpa Best Company, cintura con il vistoso "fibbione" firmato El Charro, occhiali Ray-Ban, zainetto Invicta e, ai piedi, gli inconfondibili scarponi Timberland.

Lo sport non rientra tra i loro interessi. Il vero habitat naturale, il quartier generale dove trascorrere ore intere a mettersi in mostra e a tessere relazioni, è il fast food, simbolo del consumismo di stampo americano appena sbarcato in Italia. Perché si chiamavano "Paninari"? Il nome trae origine dal bar "Al Panino" di piazzetta Liberty a Milano, il primissimo luogo di ritrovo di questi giovani all'inizio del decennio. Solo in un secondo momento il gruppo elesse a proprio santuario i fast food che iniziavano a colonizzare i centri storici. Furono la prima generazione italiana a fare del "marchio" (il brand) un vero e proprio status symbol, uno strumento per definire la propria identità sociale.

Sfitinzie e "fifty fifty": il gergo della strada Siamo nel 1987, l'apogeo del movimento. Il gruppo sviluppa un vocabolario proprio, un gergo impermeabile al mondo degli adulti. Le ragazze, specialmente quelle particolarmente avvenenti e corteggiate, vengono ribattezzate "sfitinzie". All'interno del gruppo esiste anche una rigida gerarchia economica e di stile: chi non può permettersi l'intero campionario griffato, e indossa capi alla moda solo in modo sporadico, viene declassato al rango di "panozzo" o "fifty fifty".

Oggi, a quasi quarant'anni di distanza, l'eco delle canzoni di Simon Le Bon si è affievolito, ma l'impatto commerciale di quella generazione è innegabile. Molti dei brand che costituivano l'armatura del Paninaro hanno sconfitto il tempo, sopravvivendo fino ai giorni nostri. Anche grazie a quegli adolescenti che, stazionando davanti alle vetrine, li trasformarono in feticci immortali.

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