La transizione ecologica e le politiche per la riduzione dell'impatto ambientale aprono un nuovo fronte di scontro istituzionale tra la Sardegna e il Governo centrale. Al centro della controversia vi è l'applicazione del Decreto Legge Energia (un atto avente forza di legge emanato dal Governo in casi di necessità e urgenza) e la destinazione dei fondi derivanti dall'ETS, acronimo di Emission Trading System (Sistema di scambio di quote di emissione). Si tratta del principale strumento dell’Unione Europea per monitorare e ridurre il biossido di carbonio, comunemente noto come Anidride Carbonica (CO2).
ETS e il principio di insularità
Per comprendere la protesta mossa dai rappresentanti dei territori isolani, è necessario scovare la radice del termine "emissione". Esso deriva dal latino emittere, composto da ex (fuori) e mittere (mandare): letteralmente l'atto di "mandar fuori" sostanze nell'atmosfera. L'ETS obbliga chi emette gas nocivi, come le compagnie di navigazione, ad acquistare delle quote; tuttavia, questo costo viene spesso trasferito sui trasportatori e, a cascata, sui consumatori finali.
Il conflitto nasce quando le risorse generate da questa tassa, pagata per le rotte marittime sarde, vengono utilizzate per incentivare sistemi di trasporto alternativi nel resto d'Italia, come il potenziamento delle ferrovie o il cosiddetto sea modal shift (un termine tecnico che indica lo spostamento del trasporto merci dalla strada alla via marittima per inquinare meno). Per un’isola, tuttavia, tale "scelta" è inesistente: il mare è l'unica connessione possibile. Questa distorsione tocca il tema dell’insularità, termine che deriva dal latino insula (isola) e che, nell'articolo 119 della Costituzione Italiana, riconosce lo svantaggio strutturale derivante dalla natura geografica di un territorio, imponendo allo Stato di rimuovere gli ostacoli che ne limitano lo sviluppo.
La denuncia politica: il rischio di una "beffa" economica
Aldo Salaris, Segretario e Consigliere regionale (membro dell'assemblea legislativa della Sardegna) dei Riformatori Sardi, ha sollevato la questione con una nota ufficiale, sottolineando come la Sardegna rischi di finanziare infrastrutture altrui senza riceverne benefici. In ossequio alla sacralità della fonte, si riporta integralmente la posizione di Salaris: «Con l’approvazione del nuovo DL Energia le imprese sarde pagheranno costi sempre più alti, producendo risorse che verranno utilizzate per finanziare misure che non riguardano minimamente la nostra realtà di isola. Rischiamo di trovarci di fronte a un paradosso inaccettabile. I proventi dell’ETS, la tassa sulle emissioni di CO2 che viene pagata dalle compagnie di navigazione e che viene poi scaricata sui trasportatori, saranno destinati alla decarbonizzazione dei trasporti, con incentivi al trasporto ferroviario e al cosiddetto sea modal shift. Strumenti legittimi, se non fosse che noi in Sardegna non abbiamo alternative. Infatti per noi il trasporto marittimo non è una scelta, ma è l’unica via.»
Secondo l'analisi proposta, l'aggravio economico per l'economia isolana è già quantificabile e rischia di peggiorare con la nuova impostazione del Decreto Legge Energia: «Le imprese sarde stanno già pagando un prezzo altissimo. L’ETS incide fino al 40% sul costo della traversata e le compagnie hanno trasferito integralmente questi costi sui trasportatori. Parliamo di un aggravio reale, quotidiano, che incide su tutta la filiera e sui prezzi finali. Con il DL Energia le risorse generate anche grazie ai costi sostenuti dalla Sardegna rischiano di finanziare sistemi di trasporto di cui noi non beneficiamo. È una distorsione evidente, che contrasta con il principio di insularità sancito in Costituzione. Non si tratta di mettere in discussione gli obiettivi ambientali, ma di garantire equità.»
Il richiamo ai correttivi e l’appello a Roma
L'esponente dei Riformatori Sardi richiede una revisione dei flussi finanziari, affinché una parte dei proventi dell'ETS rimanga sul territorio sardo per compensare i maggiori costi della logistica. Salaris conclude sollecitando un intervento diretto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti: «Serve un correttivo chiaro. Una quota di queste risorse deve essere destinata specificamente alle realtà insulari, per compensare i maggiori costi del trasporto merci e sostenere la competitività delle imprese. Abbiamo già posto il tema con una mozione in Consiglio regionale e continueremo a farlo nei tavoli istituzionali. Ma oggi serve un segnale politico preciso. Il rischio è che, ancora una volta, la Sardegna contribuisca a finanziare politiche nazionali senza ricevere benefici adeguati. Lo denunciamo da mesi insieme alle imprese e agli autotrasportatori, ma ad oggi non è arrivata alcuna risposta, e se non arriveranno segnali concreti vorrà dire che porteremo questa battaglia a Roma, all’attenzione dell’intero Paese. Il Ministro Salvini ci ascolti, intervenga e corregga subito questa impostazione. Sarebbe un segnale importante verso un territorio che non chiede privilegi, ma condizioni eque e pari dignità.»
Dinanzi a un sistema di tassazione europea applicato a contesti geografici radicalmente differenti, emerge un interrogativo di equità sociale: può una politica di transizione ecologica considerarsi corretta se, per finanziare le ferrovie di chi vive su terraferma, aumenta il divario economico e l'isolamento di chi abita in una regione circondata dal mare?