In Sardegna, certe partite non si giocano nei palazzetti ma nei corridoi: quelli della politica, della burocrazia, dei tribunali. Il caso RWM – l’ipotesi di ampliamento dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias, dentro una procedura di valutazione ambientale che da tempo alimenta scontro pubblico – negli ultimi giorni ha ripreso velocità. Tra il 7 e il 15 dicembre si è addensato un materiale fitto: lettere aperte, comunicati, piazza, dichiarazioni. E sullo sfondo una scadenza ravvicinata che obbliga la Giunta a una scelta.
Il 7 dicembre un fronte di sigle ambientaliste, pacifiste e sindacali ha indirizzato alla presidente della Regione una lettera aperta dal titolo esplicito: i pareri tecnici – sostengono – non devono diventare l’alibi dietro cui riparare una decisione politica. Nel testo si richiama il contesto giudiziario e amministrativo della vicenda e si chiede alla Giunta di assumersi la responsabilità piena della deliberazione, senza trincerarsi dietro la catena dei “si deve” o dei “non si può”. La chiave è tutta lì: la competenza formale non basta, contano gli effetti e la firma, e la firma è un atto politico anche quando indossa la giacca della procedura.
Su un punto, i firmatari insistono con nettezza: l’argomento del commissariamento, raccontato in queste settimane come una minaccia automatica. Nella loro ricostruzione, la Regione resta titolare della decisione e l’eventuale intervento sostitutivo scatta solo in caso di inerzia, non come punizione per un parere negativo. È un passaggio delicato, perché parla al cuore della legittimità: chi governa deve decidere, non limitarsi a registrare.
L’11 dicembre è arrivata anche la posizione di Sinistra Italiana Sardegna (AVS), che mantiene una linea coerente con le mobilitazioni di questi anni: contrarietà all’ampliamento e richiesta di riconversione, con la tutela dei posti di lavoro e delle garanzie ambientali ed etiche. Il comunicato, lungo e assertivo, lega la vicenda del Sulcis a un discorso più ampio sul modello di sviluppo e sulle servitù militari, collocando la fabbrica nel perimetro del conflitto internazionale e della domanda, sempre più presente, di una Sardegna meno esposta alla funzione bellica.
Domenica 14 dicembre, a Domusnovas, la questione è tornata in strada. Repùblica, presente alla manifestazione, ha diffuso un resoconto che alza il tono politico del ragionamento: la contestazione dell’idea che la decisione sia “tecnica” e quindi inevitabile, la critica a una politica che si consegna alla burocrazia, la denuncia del ricatto che trasforma il lavoro nel lasciapassare morale per qualsiasi cosa. È un linguaggio militante, senza ambiguità, che però fotografa bene il clima: lo scontro non è solo su un impianto, ma su chi guida davvero la macchina pubblica quando le scelte diventano scomode.
Il 15 dicembre, infine, sul tema è intervenuto anche il consigliere regionale (Gruppo consiliare regionale Uniti per Todde) Valdo Di Nolfo, con un comunicato che colloca la discussione dentro il quadro del riarmo europeo e della “normalizzazione dell’economia di guerra”. C’è un fatto: un consigliere regionale prende parola e argomenta la propria contrarietà all’ampliamento.
«Sono contrario all’ampliamento della RWM a Domusnovas ed è importante dirlo ad alta voce: la Sardegna non può continuare a sostenere, direttamente o indirettamente, un modello di sviluppo fondato sulla produzione di strumenti di morte. Nel quadro storico attuale non possiamo ignorare che la tedesca Rheinmetall fornisce a Israele munizioni di precisione ampiamente utilizzate negli attacchi a Gaza. La Regione Sardegna ha già espresso la sua posizione mesi fa sul genocidio in corso in Palestina, sospendendo i rapporti con Israele: autorizzare l’ampliamento della fabbrica di Domusnovas dando il via libera a dei più grandi produttori tedeschi di armi sarebbe un ossimoro».
Nel suo testo c’è un secondo asse, più interno alla questione sarda: il lavoro, il Sulcis, le alternative. «Viviamo una fase storica in cui la guerra è normalizzata e le spese militari aumentano, mentre vengono compressi diritti sociali, servizi pubblici e investimenti per la pace. In questo contesto, legare il futuro di un territorio già segnato da crisi industriali all’industria delle armi significa accettare un’economia di guerra che non costruisce sviluppo, ma dipendenza e precarietà. Ma la responsabilità non è dei lavoratori, che non possono essere lasciati soli di fronte a scelte industriali e geopolitiche sbagliate. È compito delle istituzioni garantire alternative concrete, investendo in riconversione produttiva, innovazione, tutela ambientale e lavoro dignitoso».
E richiama il tema delle servitù: «La nostra Isola sostiene già un peso sproporzionato in termini di servitù militari, poligoni e basi. Riproporre oggi l’espansione della produzione bellica significa reiterare un modello che consuma territorio, divide le comunità e ripropone il ricatto del lavoro in cambio di attività invasive che avvelenano i nostri territori». La chiusura è una dichiarazione di linea: «La Sardegna deve scegliere da che parte stare – conclude Di Nolfo – e noi non abbiamo alcun dubbio: dalla parte della pace, dei diritti e delle comunità. Non saremo la retrovia di un’economia di guerra».
A fare da sfondo al dibattito di questi giorni è anche quanto riportato oggi da la Repubblica, in un articolo a firma di Matteo Pucciarelli, ripreso da Ansa. Secondo la ricostruzione del quotidiano, la presidente della Regione Alessandra Todde avrebbe manifestato l’orientamento a procedere con l’approvazione della delibera sull’ampliamento dello stabilimento RWM, richiamando la necessità di “rispettare e applicare il parere degli uffici”. Una linea che incontra la contrarietà di Alleanza Verdi e Sinistra, forza della coalizione di governo, con un assessore e tre consiglieri, che ha annunciato voto contrario. L’articolo ricostruisce inoltre il lungo iter amministrativo della fabbrica di Domusnovas-Iglesias, avviato nel 2014 senza preventiva valutazione di impatto ambientale e riemerso negli anni tra contenziosi, rinvii e interventi della giustizia amministrativa.
Messa in fila così, la settimana racconta una dinamica semplice e antica: quando un dossier è controverso, la tecnica prova a diventare destino. Ma il destino, in una democrazia, dovrebbe avere sempre una firma riconoscibile. La scadenza imminente costringe la Regione a trasformare il dibattito in atto. Ed è lì, nell’atto, che si misurano davvero le istituzioni: non in ciò che dicono di voler fare, ma in ciò che deliberano, motivano e si assumono.