Tumore dopo le missioni all’estero, il TAR riconosce la responsabilità della Difesa

Lo Stato aveva già riconosciuto che la malattia di Cesare Salvo fosse legata al servizio. Restava un’altra domanda: durante le missioni aveva fatto quanto necessario per proteggerlo? Per il Tribunale amministrativo regionale della Sardegna, la risposta è no.

Salvo, carabiniere, aveva prestato servizio in Kosovo, Etiopia-Eritrea e Albania. Nel 2006, a 34 anni, arrivò la diagnosi di tumore. Seguirono gli interventi chirurgici e la chemioterapia. La patologia fu riconosciuta dipendente da causa di servizio nel 2011; nel 2015 il militare ottenne lo status di vittima del dovere. Riconoscimenti importanti, che però non chiudevano la questione delle misure di sicurezza adottate durante il lavoro.

Con una sentenza pubblicata il 12 febbraio 2026, il TAR ha stabilito che il Ministero della Difesa deve risarcirlo. I giudici hanno esaminato le condizioni delle missioni e la consulenza medica disposta nel processo, ritenendo provato, per questo caso, il legame tra l’esposizione a diversi fattori di rischio e la malattia. Non hanno attribuito il tumore con certezza a una sola sostanza. Hanno invece rilevato che il Ministero non ha dimostrato di aver fornito le protezioni e adottato le misure di prevenzione necessarie. La Difesa aveva contestato sia l’esposizione sia il nesso con la patologia.

Il risarcimento non è ancora fissato in una cifra dalla sentenza. Il TAR ha riconosciuto un’invalidità permanente del 35 per cento e ha indicato i criteri con cui il Ministero dovrà calcolare il danno, tenendo conto anche delle somme indennitarie già corrisposte. Ha inoltre riconosciuto il rimborso delle spese mediche documentate. L’amministrazione deve formulare una proposta entro 90 giorni dalla comunicazione o dalla notifica della decisione.

«Per troppo tempo molti militari hanno dovuto combattere una seconda battaglia dopo essere tornati dalle missioni, prima contro la malattia e poi per ottenere il riconoscimento dei propri diritti. La sicurezza non può arrivare dopo, quando il danno si è già verificato. Deve precedere la missione, accompagnarla e continuare anche al rientro. È questa la tutela che lo Stato deve a chi lo serve», afferma l’avvocato Ezio Bonanni, legale di Salvo.

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