L'America in Sardegna: il Cagliari cambia pelle e vola verso il futuro

  Ci sono date che sul calendario del tifoso rossoblù rimangono scritte a lettere di fuoco, spartiacque emotivi capaci di dividere la storia tra un "prima" e un "dopo". L'11 giugno del 2014, quando Tommaso Giulini rilevò la società dalle mani di Massimo Cellino attraverso la “holding” di famiglia Fluorsid, sembrava l'inizio di un'era destinata all'eternità. Oggi, dodici anni dopo, quella stessa era giunge ai titoli di coda. Ma la notizia che agita le acque e fa discutere i bar di tutta l'isola non è soltanto un avvicendamento di poltrone: è un cambio di paradigma. Il Cagliari parla ufficialmente americano. Anzi, per essere più precisi, parla una lingua globale che unisce la finanza statunitense, l'imprenditoria d'oltreoceano e un insospettabile, potentissimo filo rosso che si riallaccia direttamente al cuore del Sulcis.

  Il passaggio di consegne, ormai formalizzato e pronto a essere calato sul tavolo con tutti i crismi dell'ufficialità, vede il controllo del club passare nelle mani della Cagliari 1920 LP. Dietro questo veicolo societario c'è il fondo d'investimento americano “Praxis”, una realtà finanziaria che già la scorsa primavera aveva piantato la prima bandierina rilevando il 45% del capitale sociale e che ora ha affondato il colpo definitivo. Eseguendo gli accordi già pattuiti e vincolati alla scadenza del 31 luglio, la cordata a stelle e strisce ha spazzato via le esitazioni, rilevando una quota consistente, compresa tra l'ottanta e il novanta per cento, del pacchetto azionario precedentemente custodito da Fluorsid.

  Ma la finanza, quando si tratta del Cagliari, ha bisogno di volti e di storie. E la figura che più di tutte sta catturando la fantasia della piazza è quella di Maurizio Fiori. Italoamericano, uomo di numeri e mercati, Fiori porta con sé un dettaglio d'anagrafe che sa quasi di favola sportiva: le sue origini affondano a Carbonia. C'è qualcosa di poetico nel pensare che a guidare una multinazionale della finanza d'investimento alla conquista della società simbolo dell'isola sia un figlio della terra sarda, tornato da vincitore dopo aver fatto fortuna oltreoceano. Al suo fianco opera il finanziere indiano Prashant Gupta, mentre nel mosaico degli investitori spunta anche un nome ben noto allo sport italiano: Edoardo Bulgheroni, figura storica del basket varesino, abituato a masticare pane e parquet ad alti livelli. Per il popolo rossoblù si chiude dunque il lungo capitolo targato Tommaso Giulini. Un'avventura durata più di un decennio, vissuta sulle montagne russe delle emozioni e della classifica. I dodici anni della presidenza Giulini sono stati un compendio di passione, investimenti pesanti ma anche di dolorose cadute. Come non ricordare i capitomboli del 2015 e del 2022, quando l'incubo della Serie B si è palesato improvviso per poi essere prontamente cancellato da due immediate risalite nella massima serie.

  Giulini rimarrà al suo posto, sulla poltrona di presidente, almeno fino alla fine della stagione in corso, per garantire quella continuità istituzionale necessaria a un ambiente che non può permettersi contraccolpi. Ma le chiavi della stanza dei bottoni non sono più nelle sue mani. La vera domanda che si pongono i sostenitori è semplice: perché proprio ora? Cos'ha spinto la proprietà uscente a fare un passo indietro e a spalancare le porte all'ingresso di un colosso estero? La risposta si trova a pochi metri dalle strutture dell'attuale stadio ed è scolpita nel calcestruzzo del futuro: la nuova casa del Cagliari. Circa due anni fa, di fronte alla titanica e insostenibile sfida finanziaria rappresentata dalla costruzione del nuovo impianto, Giulini ha compreso che il modello imprenditoriale tradizionale non bastava più. I costi della burocrazia, l'impennata delle materie prime e le esigenze del calcio moderno richiedevano un polmone economico sproporzionato per una singola azienda familiare. Serviva un “partner” istituzionale con le spalle larghe, una realtà capace di immettere capitale fresco e di muoversi nei meandri dei grandi finanziamenti internazionali. Il fondo “Praxis” non ha bussato alla porta a mani vuote. Dopo aver già iniettato 45 milioni di euro nelle casse societarie durante le prime fasi dell'operazione, la struttura americana ha raddoppiato la posta, mettendo sul piatto almeno altri 45 milioni di euro per completare la scalata e assicurarsi il pacchetto di maggioranza. Risorse vitali, ossigeno puro che serve a blindare i conti ma, soprattutto, a dare la spinta decisiva alla fase finale dell'iter per il nuovo stadio.

  Un impianto moderno, avveniristico, pensato per vivere trecentosessantacinque giorni all'anno e che porterà il nome più sacro e venerato di tutta la storia rossoblù: Gigi Riva. È l'ennesimo paradosso di un calcio che cambia pelle alla velocità della luce. L'universo romantico del "Rombo di Tuono", simbolo di appartenenza, fedeltà e rifiuto dei compromessi del mercato, che si appresta a dare il nome a un tempio d'acciaio e vetro finanziato dai dollari di “Wall Street” e progettato da un manager con le radici a Carbonia e la testa a New York. La Sardegna, da sempre isola diffidente verso ciò che arriva da oltremare, guarda a questo cambiamento con una miscela di curiosità e fisiologica prudenza. L'era dei mecenati locali o dei presidenti-padroni, quelli che guidavano i club con la pancia e con la passione, è tramontata definitivamente. Il Cagliari entra nell' “élite” del calcio globale, dove la sostenibilità economica, gli attivi di bilancio e le infrastrutture contano quanto un contropiede ben riuscito. La speranza di tutti è che dietro le cifre da capogiro, gli aumenti di capitale e le sigle finanziarie non si smarrisca l'anima profonda di una squadra che rappresenta l'orgoglio di un intero popolo. L'America è arrivata a Cagliari: ora la parola passa al campo e al cantiere della nuova casa rossoblù.

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