Alghero: La posidonia e i silenzi del Comune spingono sei aziende nautiche verso la chiusura definitiva

Gli imprenditori del porto di Alghero lanciano l'ultimo ultimatum all'amministrazione: senza lo sgombero dell'arenile e l'allaccio idrico, venticinque dipendenti resteranno a casa e un milione di euro di investimenti andrà in fumo.

Il muro di silenzio innalzato dal Comune di Alghero rischia di seppellire definitivamente sei imprese del turismo nautico cittadino. A una settimana esatta dal primo, inascoltato appello pubblico, gli operatori che gestiscono i noleggi e le escursioni in barca nel golfo tornano a denunciare l'immobilismo della macchina amministrativa. Dal palazzo municipale non è arrivata alcuna convocazione, nessuna proposta di soluzione tecnica e nessuna risposta formale. L'assenza di un interlocutore istituzionale si è tradotta in una paralisi operativa che, all'alba della stagione turistica, tiene in ostaggio venticinque lavoratori e circa un milione di euro di investimenti privati.

Il nodo principale del contendere rimane la spiaggia di San Giovanni. Le mareggiate invernali, complice la barriera artificiale creata dal molo di sottoflutto, l'infrastruttura in cemento costruita per proteggere il bacino portuale dall'azione delle correnti, hanno accumulato tonnellate di posidonia, la comune pianta marina che si deposita ciclicamente sulle coste sarde. Questo muro vegetale impedisce fisicamente agli imprenditori di montare il camminamento in legno previsto dalla loro concessione, ovvero il documento con cui l'ente pubblico autorizza l'uso di una specifica porzione di demanio. Senza la passerella, turisti e dipendenti sono costretti a raggiungere il campo boe affondando fino alle ginocchia in un pantano di sabbia e fogliame, con evidenti rischi per l'incolumità e danni di credibilità immediati nei confronti dell'utenza.

Alla radice del blocco vi è un cortocircuito burocratico. L'amministrazione lascia intendere che l'onere della pulizia dell'arenile spetti ai privati, pretendendo di fatto che le aziende si facciano carico dei costi esorbitanti per il conferimento del materiale organico in discarica. Una richiesta che le sei sigle coinvolte: Simar, Sea soul, Overboard, Sailing for living, Sun e Sea, e Jet Ski respingono fermamente, ricordando come le loro autorizzazioni riguardino in via esclusiva l'installazione di un chiosco di tre metri per tre ad uso biglietteria, senza conferire alcun titolo o competenza sulla gestione complessiva della spiaggia, utilizzata dai diportisti unicamente come corridoio di transito. A questo si somma l'inspiegabile iter per l'allaccio idrico: un contatore bloccato a causa di un banale modulo di fine lavori mai inoltrato, che di fatto impedisce al gestore della rete di erogare l'acqua potabile al punto informazioni.

Le conseguenze pratiche di questo stallo sono state messe nero su bianco in una nota che suona come una capitolazione imminente. "Siamo davanti a una situazione paradossale. Giovani imprenditori che hanno investito, lavorato e creduto nel territorio si sentono oggi come accusati di qualcosa che non conoscono. Viviamo una condizione kafkiana: è come essere imputati in un processo di cui ignoriamo completamente i contenuti e le accuse. E questo stato di incertezza e abbandono ci sta conducendo verso il fallimento", scrivono i titolari delle aziende. La liquidità scarseggia e la prospettiva di mantenere gli impegni economici svanisce giorno dopo giorno: "Non possiamo lavorare e garantire servizi. E, purtroppo, non possiamo pagare i nostri collaboratori". Il messaggio rivolto all'amministrazione fissa una linea di non ritorno: in assenza di un intervento immediato per la rimozione dei cumuli e di una chiara definizione delle responsabilità, le procedure per la cessazione definitiva delle sei attività verranno avviate formalmente, azzerando i posti di lavoro e cancellando i servizi erogati.

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