La crisi venezuelana entra di colpo nella partita energetica globale e, come spesso accade quando Washington muove nel “cortile di casa”, il primo termometro rischia di essere il prezzo.
Secondo ricostruzioni circolate a livello internazionale, nelle ultime ore gli Stati Uniti avrebbero condotto un’operazione in Venezuela che – nelle versioni emerse – avrebbe portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro, con reazioni e prese di posizione anche sul piano internazionale.
In questo quadro si inserisce l’allarme di FederPetroli Italia, che guarda soprattutto agli effetti di mercato e alle implicazioni industriali.
“Sono sempre più convinto che l'obiettivo sia solo ed esclusivamente la risorsa energetica venezuelana ed il suo petrolio.
Come FederPetroli Italia esprimiamo grande preoccupazione per quello che l'Onu definisce una violazione del diritto internazionale senza precedenti nella cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Usa”. Così Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli, in dichiarazioni a LaPresse.
Il punto, al netto della propaganda reciproca, è che il Venezuela resta un dossier energetico e geopolitico insieme: riserve, produzione, infrastrutture, e un sistema di sanzioni e deroghe che negli anni ha condizionato chi può operare, come e fino a quando. In questo senso, quando Marsiglia richiama un “segnale” sull’industria petrolifera venezuelana, il riferimento è a un passaggio concreto: se la crisi si sposta dalle dichiarazioni alle infrastrutture, i mercati reagiscono in tempo reale.
“Le dichiarazioni che gli Usa saranno pienamente coinvolti nell'industria petrolifera venezuelana lasciano un chiaro segnale di ricordo a quello che negli anni' 90 si verificò nel Golfo Persico da parte americana, stessa situazione, ma in location diverse a forte tasso petrolifero”. Il paragone richiama un precedente storico in cui le dinamiche militari e quelle energetiche si sono sovrapposte, suggerendo una lettura dell’operazione non come episodio isolato, ma come parte di una più ampia linea di controllo degli spazi strategici vicini agli Stati Uniti, oggi tornata esplicita anche nel dibattito su America Latina e influenza esterna.
Sul fronte dei prezzi, Marsiglia indica un effetto a catena: “si profilano certe le ripercussioni sul prezzo del greggio nelle contrattazioni nelle prossime ore e di conseguenza anche i prezzi dei carburanti in diversi Paesi potranno subire forti oscillazioni in base alle azioni degli Stati alleati del Venezuela”.
Quanto agli impianti, FederPetroli sostiene che al momento non risultano danni operativi, ma invita a guardare dove può spostarsi la tensione:
"Al momento non ci risultano problemi agli impianti estrattivi del paese, apprendiamo dello stato di massima allerta alle infrastrutture Offshore del Paese sudamericano. Monitoriamo la situazione su ulteriori sviluppi. Occhi puntati su Exxon e Chevron".
Tradotto: se l’instabilità resta sul piano politico, l’impatto può essere limitato e temporaneo. Se invece coinvolge produzione, logistica e infrastrutture offshore, entra in gioco il “premio di rischio”, cioè l’aumento di prezzo che i mercati applicano quando una situazione diventa incerta o potenzialmente pericolosa. Anche se il petrolio continua a uscire dai pozzi, chi lo compra e lo vende paga di più per tutelarsi da possibili interruzioni future, sanzioni, blocchi logistici o escalation militari.
Questo premio di rischio spinge verso l’alto le quotazioni, ossia il prezzo del greggio sui mercati internazionali, e l’effetto si trasmette lungo tutta la filiera, fino ai carburanti. E, come sempre, a pagare per primi non sono i comunicati, ma i listini: quando cresce l’incertezza, il prezzo sale, indipendentemente dalle rassicurazioni ufficiali. È in quel passaggio che la crisi geopolitica diventa concreta per cittadini e imprese.